Films

The Firm

Regista:  Nick Love

Sceneggiatore: Al Ashton (original screenplay), Nick Love (adaptation)  

Genere:  Drammatico

Anno:  2009

 

Un gruppo di hooligans si organizza in società che rappresentano le loro squadre del cuore. Tra loro c'è Dom, un adolescente che si unisce ad uno di questi gruppi sperando di sentirsi accettato. 

Quando, inevitabilmente, la spirale di violenza si intensifica, Dom cerca di uscire dal gruppo, ma scoprirà che non è affatto semplice.

 

Liberamente tratto dal film del 1989 di Alan Clarke, la pellicola di Nick Love è ambientata intorno al 1984. Si racconta una storia simile a quella originale, ma si predilige il punto di vista di Dom, che era invece un personaggio secondario nella versione di Clarke. 

Dom è un giovane "wannabe football casual" che viene introdotto nel mondo del carismatico ma pericoloso capo della ‘firm', Bex Bissell. Nel film originale Bissel era interpretato da un giovane Gary Oldman, allora trentenne; a raccogliere la sua eredità in "The Firm" troviamo un convincente Paul Anderson.

 

Perché al BIFF? .. il film rappresenta in modo efficace e diretto la realtà che circondava il football inglese e che per anni è stata una spina nel fianco della società britannica: il fenomeno HOOLIGANS.

 

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THE WIND THAT SHAKES THE BARLEY

Regista: Ken Loach

Interpreti: Cillian Murphy, Padraic Delaney, Liam Cunningham, Orla Fitzgerald, Mary O'Riordan. 

Genere:  Drammatico

Anno:  2006

 

Il grande regista inglese Ken Loach ne “Il vento che accarezza l’erba” ci trasporta nell’Irlanda del 1919 per raccontare la storia di due fratelli, Damien e Teddy. Teddy è un ribelle, intelligente ed ambizioso, che crede e combatte per un’Irlanda libera dall’invasore inglese. Damien invece è un dottore, il futuro davanti a se è roseo e medio borghese. Un posto e una carriera nella ricca Londra lo aspettano.
La visione dei soprusi da parte dell'esercito non regolare inglese (quelli che oggi verrebbero definiti  paramilitari) apre gli occhi di Damien sulla situazione del suo popolo: oppresso, povero, stremato, privato della propria cultura e della propria identità. Damien rinuncerà così al suo futuro tranquillo e agiato per il bene del proprio popolo e si arruolerà nell’esercito di liberazione per scacciare il nemico inglese.
La lotta è dura, ma porta a dei risultati. Gli inglesi abbandonano l’Irlanda, ma l’accordo di pace spacca in due il popolo che si divide tra pacifisti e oltranzisti, tra chi lo vede come una conquista sociale e chi invece lo interpreta come una resa. I due fratelli si troveranno così schierati su fronti opposti.


Il film vincitore della Palma d’oro a Cannes nel 2006, dal titolo originale “The wind that shakes the barley” (letteralmente “Il vento che scuote l’orzo”), è uno dei  più impegnati e controversi di Ken Loach. La poetica narrativa è la stessa di altri suoi lavori sullo stesso tema, e si sviluppa partendo dalla contrapposizione tra un bene e un male che è molto ben delineata quando il nemico è comune e ben riconoscibile (il fascismo in “Terra e Libertà”, gli inglesi in questo caso) ; queste certezze vanno però perdendosi quando invece le faide sono interne ai cosiddetti “buoni” (gli anarchici contro gli stalinisti in “Terra e Libertà”, i pacifisti e gli oltranzisti in questo caso). E mentre nel caso del film sulla rivoluzione spagnola la bilancia tendeva comunque dalla parte di qualcuno, in questo caso la posizione di Loach è totalmente neutra, quasi a guardare agli orrori che il potere e la guerra creano nell’animo umano:  un male inevitabile, quasi endemico, che potrebbe colpire chiunque.


La storia è caratterizzata da un forte trasporto empatico, i momenti sia di gioia che di profondo dolore vengono totalmente condivisi assumendo un carattere solenne:  questo più che i dettagli o i riferimenti tecnici lo rendono un film dai tratti quasi epici.

 

Perché al BIFF? .. questa pelliccola porterà il pubblico in uno dei drammi più devastanti del mondo britannico-irlandese nel XX secolo, la Guerra Civile.

 

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24 Hour Party People

Regista:  Michael Winterbottom

Sceneggiatore: Frank Cottrell Boyce  

Genere:  Drammatico, Biografico

Anno:  2002

 

Immaginate una città operosa e industriale del nord dell'Inghilterra, Manchester per la precisione, immaginate che sia la fine degli anni '70 e immaginate come di lì a poco uno dei luoghi forse tra i più noiosi in assoluto si tramuterà in una delle scene più eccitanti e pazze di questo pianeta.

 

Joy Division, The Smiths, Happy Mondays, New Order, The Stone Roses, Oasis, le scene acid, rave e progressive dei grandi Jon DaSilva, Sasha e John Digweed caratterizzarono, fino all'alba del nuovo millennio, la vita di quella città che ora il mondo conosce non più con il suo nome ma come "Madchester". Tra gli attori principali di questa rivoluzione un uomo che fu conduttore televisivo, produttore musicale e proprietario di uno dei più importanti club del pianeta. Il suo nome era Tony Wilson, e "24 Hour Party People" è il film che ne racconta la leggenda.

 

Wilson, grazie al suo programma "So it goes" in onda su una tv regionale, alla sua etichetta (la Factory Records) e al suo club (the Haçienda) ha nutrito, coccolato e cresciuto una scena unica, che grazie a lui è uscita dagli scantinati e ha cambiato la storia della musica, della città e ha conquistato il mondo. Il film, a firma di Michael Winterbottom (Go Now, Wonderland, Road to Guantanamo) è visivamente, a tratti, vertiginoso grazie alla ripresa dell'intero film in steadycam. Gli effetti digitali sono volutamente di bassa fattura, e danno alla storia un tocco punk, romantico, emozionale, come se Wilson presentasse un proprio collage familiare.

 

Il film, da molti già considerato un cult, è stato presentato al Festival di Cannes del 2002 all'interno del concorso internazionale.

 

Una perla che unisce l'amore per il cinema all'amore viscerale per la musica. Uno straordinario Steve Coogan nel ruolo di Wilson e un giovanissimo Paddy Considine che diventerà poi uno dei più importanti attori e registi britannici degli anni zero grazie ai ruoli nei film di Shane Meadows (A room for Romeo Brass, ma soprattutto Dead Man's Shoes - Cinque giorni di vendetta) e al suo imponente esordio alla regia con il film "Tyrannosaur".

 

Perché al BIFF?.. il film racconta una delle più importanti scene musicali della pop music britannica, raro esempio, al di fuori della capitale, che tuttora è in grado di far sognare generazioni lontane nel tempo. Non inserirlo sarebbe stato un delitto. 

 

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Regista : Julien Temple 

Soggetto : Julien Temple 

Genere:  Documentario

Anno:  2012

 

Come si può pensare di celebrare la cultura britannica senza soffermarsi sulla sua capitale? Specialmente nel caso del Regno Unito, è impossibile. Perché non stiamo parlando di una città qualsiasi, bensì della caleidoscopica, enorme e pulsante Londra, ai secoli Londinium, capitale di un impero grande quanto il mondo.

Continua così il nostro viaggio nel Regno Unito, se in “24 Hours Party People” vi vogliamo mostrare come Tony Wilson abbia contribuito a cambiare la scena di una città - nello specifico Manchester - oggi, diventiamo Cockney, Bloody Southeners e seguiamo Julian Temple (importante regista di film, documentari e videoclip) in questo viaggio nel tempo che traccia la storia di Londra e ne segue gli accadimenti socio-culturali dalla fine del 19esimo secolo sino ai giorni nostri.

 

Le voci narranti e gli interventi sono tanti e il punto di vista non è mai univoco, ma Temple è molto furbo nell’ordinare il suo personale collage, punk in tutto, nella tecnica, come nel ritmo e nel montaggio, indisciplinato e vorticoso, che salta da un immagine tardo ottocentesca della Londra vittoriana, all’immagine di Margareth Thatcher all’uscita di Downing Street. Il mondo moderno e quello antico vengono posizionati uno a fianco all’altro, come se non vi fossero un tempo semplice e uno più difficile, una Golden Age e un Medioevo. Londra si nutre dello scorrere del tempo e delle mille influenze che incontra facendole sue, ma non rinunciando, di tanto in tanto, a mostrare la propria supremazia.

Come il punk essa è una città che vive del momento, come anche i Madness affermeranno in uno spezzone del film.

 

Il risultato è un ritratto atipico e visionario di una città, una montagna russa di emozioni, immagini e musica che, come afferma Pete Bradshaw del Guardian, “dopo un po’ ti assorbe in una sorta di trip Lucy in the Sky (dalla famosa canzone dei Beatles inneggiante alle esperienze lisergiche) nel centro e nel cuore di Londra”. Pur non volendo sposare ufficialmente un punto di vista piuttosto che un altro, “London: the modern Babylon” è un accorato e personale ritratto della propria città da parte di Julian Temple, imperdibile per chiunque voglia cercare di comprendere la complessità e la ricchezza storica e sociale di questa straordinaria città. Non siete già catturati dal London Calling?

 

Perché al BIFF? .. perché Londra è la capitale del Regno Unito, e che capitale! Gran parte della storia del mondo è passata da lì, come quasi la totalità di quella britannica. Celebrare la cultura brit senza celebrare il luogo dove quella magia culturale avviene quotidianamente sarebbe un vero e proprio sacrilegio. 

 

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LONDON THE MODERN BABYLON
 
 
 
 
Submarine

Regista:  Richard Ayoade

Sceneggiatore: Richard Ayoade

Interpreti: Craig Roberts, Paddy Considine, Noah Taylor, Yasmin Paige, Sally Hawkins

Genere:  Commedia, Drammatico

Anno:  2010

 

Il viaggio del BIFF all’interno del variegato e pulsante microcosmo culturale britannico continua questa volta non più rappresentando grandi drammi sociali e storici o importanti avvenimenti di costume del passato, bensì analizzando i problemi della quotidianità moderna. Il film di cui stiamo parlando è una perla, un’opera delicata, a tratti ilare a tratti commovente: “Submarine”.

 

Il lavoro d’esordio di Richard Ayoade (attore comico molto popolare nel Regno Unito per il suo ruolo nella sit-com The IT Crowd) è innanzitutto un racconto di formazione che ha per protagonista il giovane adolescente Oliver. Un ragazzo acuto ma introverso, dalla fervente immaginazione e che vive in una realtà tutta sua. Il suo mondo è fatto di grandi sicurezze e sembra toccare il cielo con un dito quando il suo amore di sempre - la spavalda compagna Jordana - decide di mettersi con lui.

La gioia però viene interrotta dalla crisi coniugale dei suoi genitori e dalla malattia che colpisce la madre di Jordana.

Oliver sarà quindi costretto a dover fronteggiare per la prima volta dei problemi caratteristici dell’età adulta per ristabilire un equilibrio fra la sua situazione sentimentale e familiare.

 

Il regista nel film gioca con gli stili, richiamando chiaramente Wes Anderson (soprattutto nella caratterizzazione e definizione del personaggio di Oliver che è figlio sia di “Rushmore” che de “I Tenenbaum”, ma che ricorda per riservatezza ed ingenuità il personaggio di The IT Crowd interpretato dallo stesso Ayoade) e citando grandi classici come “La passione di Giovanna D’Arco". Il film ruota completamente attorno alla figura di Oliver, il suo mood diventa anche quello del film, che si svolge dolceamaro sino alla fine intervallando grandi momenti di comicità ad attimi di intensa riflessione. Nulla in questo film è banale: dalla sceneggiatura, all’interpretazione degli attori, alle scelte registiche, alla colonna sonora, tutto è originale e ben equilibrato. 

Un film delicato, adatto a tutte le età, capace di appassionare i più giovani come i più vecchi grazie ad un personaggio che fin dalle prima scene ti entra nel cuore. 

 

 

Perché al BIFF?.. Submarine è un perfect mix tra lo humour tagliente che contraddistingue la comicità inglese e il pragmatismo e il realismo dei loro drammi. Una fotografia di una famiglia inglese attuale

 

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Regista : Anton Corbin

Sceneggiatore: Matt Greenhalgh

Interpreti: Samantha Morton, Sam Riley 

Genere:  Drammatico, Biografico

Anno:  2007

 

Il 18 maggio di quest’anno è una data che a molti non dice nulla e che è passata, soprattutto nel nostro paese, praticamente inosservata. Si celebrava invece, per gli amanti della musica, un’importante ricorrenza, ovvero i 35 anni dalla morte di un grande genio musicale, uno straordinario autore che ha ispirato e influenzato oltre che il suo tempo anche le generazioni successive, stiamo parlando di Ian Curtis, deus ex machina di quella meravigliosa creatura musicale che si chiama Joy Division.  

Noi del BIFF non potevamo e non volevamo esimerci dal celebrare quest’importantissima figura culturale britannica e difficilmente vi è un ritratto migliore del grande musicista di Macclesfield del film di esordio del regista e fotografo olandese Anton Corbjin “Control”.

 

Anton Corbijn - che fu già regista del video di Atmosphere per la sua riedizione del 1988 - scrive questo film traendo libera ispirazione dalla biografia Touching from a distance scritta dalla moglie del cantante, Deborah Woodruff Curtis, tracciando un quadro incredibilmente delicato del tormentato autore. Il film ripercorre gli ultimi sei anni della vita di Curtis, da quando 17enne, coltivando la sua passione per la musica, comincia a mostrare il suo talento come autore, all’incontro successivo con Peter Hook, Bernard Sumner e Stephen Morris, dal quale nascono prima i Warsaw, che cambieranno poi nome per chiamarsi definitivamente Joy Division, gruppo che entrerà nella leggenda e da tutti considerato come massimo esponente del movimento new wave e post-punk.

 

Il film è uno straordinario, delicato ed elegante diario della vita di Curtis in cui vengono ripercorse, oltre le tappe e i successi musicali, le sofferenze causate dai continui attacchi di epilessia, che spesso colpivano Curtis anche sul palco, i problemi caratteriali, le vicende sentimentali, il complicato rapporto con sua moglie Deborah e la storia d’amore con l’amante Annik, in un crescendo che si conclude con la tragica morte per suicidio, nella propria casa alla vigilia del primo tour americano della band il 18 maggio del 1980.

 

“Control”, che prende il titolo proprio da una delle più popolari canzoni della band She’s lost control, riprende le atmosfere decadenti ed oniriche già mostrate dal regista nel video di Atmosphere, con un bianco e nero pulito ed esteticamente meraviglioso, e una macchina da presa che segue le vicende del protagonista con grandissima sensibilità. Il protagonista Sam Riley è perfetto e credibilissimo nel ruolo di Curtis.  

Presentato nel 2007 a Cannes nella “Quinzaine des realisateurs”, “Control” è uno dei biopic migliori del suo decennio, una perla di rara bellezza, un’opera davvero imperdibile.

 

Perché al BIFF? ..  Se con 24 Hour Party People si viaggia nella favolosa Madchester, con Control si vive la storia di una band e del suo leader che ne sono stati grandi protagonisti, proprio a 35 anni dalla scomparsa di Ian Curtis.

 

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Control
 
Awaydays

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Regista:  Pat Holden

Soggetto: Kevin Sampson

Interpreti: Stephen Graham, Liam Boyle, Oliver Lee, Lee Battle

Genere:  Drammatico

Anno:  2009

 

 

Dopo “The Firm” presentiamo il secondo film che appartiene al filone che tratta e affronta il grande problema sociale dell’hooliganismo, che ha caratterizzato il Regno Unito per tutti gli anni ’70 e ’80 e che il mondo ha conosciuto in tutta la sua ferocia durante la tragica notte dell’Heysel del 1985. Il 7° film del BIFF è appunto “Awaydays” del regista Pat Holden.

Come “The Firm” anche questo è un film del 2009, ma a parte l’anno e il tema di fondo questi due film hanno ben poco in comune. 

Il primo ci racconta l’hooliganismo londinese, la leggendaria Inter City Firm del West Ham, le mire egomaniacali ed espansionistiche del suo “top boy” Bex, lo spirito di fascinazione provocato sul giovane e annoiato Dominic, gli anni ’80 e le mode che si portavano dietro. Insomma, “The Firm” è più pop, come lo è la città in cui è ambientato.

“Awaydays” invece è ambientato nella fredda, lavoratrice e turbolenta Liverpool, e racconta le vicende del protagonista Carty, ragazzo orfano che vive con il padre e la sorella, dal lavoro sicuro, una famiglia quasi definibile come appartenente alla middle class. Un giorno allo stadio assiste ad uno scontro e conosce Elvis, con il quale diventerà immediatamente grande amico: rapito dall’adrenalina e dalla furia di quell’improvviso scontro lo convince a farlo entrare nella firm.

L’Inghilterra qui è leggermente antecedente a quella di “The Firm”, è molto meno stilosa e urbana. Siamo nel 1979, la fotografia ha i colori dei mattoni rossi stinti verso il marrone delle terraces del nord. Liverpool non viene quasi mai mostrata ed è difficilmente riconoscibile se non dal forte accento “scouse” dei protagonisti e dalle inquadrature del fiume Mersey. Lo stile è asciutto e il più possibile realista.

Mentre nel film di Nick Love il fascino di Bex porta Dominic all’interno della Firm, in “Awaydays” la firm serve a Carty per autodeterminarsi ed accettarsi: attraverso il riconoscimento e l’accettazione del gruppo egli può far emergere la propria personalità rinchiusa dalla sua vita familiare e dalla routine quotidiana. Anche i rapporti all’interno della firm sono più complessi rispetto al primo film, accanto alla vita all’interno della gang da stadio gravitano i rapporti fra i vari personaggi, Carty con la sorella, l’ambigua amicizia con l’amico Elvis (che chiaramente nasconde per lui un interesse diverso, ma che resta comunque celato e nascosto), l’esercizio del proprio dominio sulla firm da parte di Godden (interpretato dal come al solito bravissimo Stephen Graham).

Pur essendo un po’ approssimativo in alcuni dettagli, soprattutto nelle scene di lotta e di scontro, “Awaydays” è un interessante film sulla sottocultura hooligan che cerca un po’ più di altri di inserirla e spiegarla all’interno di un difficile e complesso tessuto sociale che era quello del Regno Unito di quei tempi, in cui sulla ribalta politica cominciava a farsi strada Margaret Thatcher e in cui lo stadio era una prima anticamera (e avvisaglia) delle grandissime tensioni sociali che caratterizzeranno poi il Regno Unito nel decennio successivo.

Immensa la colonna sonora del film, indie e sofisticata, malinconica e romantica, che vede coinvolti grandissimi nomi della scena new wave a cavallo tra ’70 e ’80: Joy Division, Echo & The Bunnymen, Cabaret Voltaire, Ultravox, John Murphy e molti altri che la rendono la vera e propria chicca del film. Buona visione.

 

 

 

Perché al BIFF?.. perché ci piaceva l’idea di mostrare un differente sguardo sull’hooliganismo che fosse esterno al guscio londinese, perché ha una colonna sonora pazzesca, perché introduce sotto il tema della violenza negli stadi numerosi spunti di riflessione sulla società britannica dell’epoca e sulle conseguenze che ha avuto su quella odierna.

 

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25.09.2015

ore 19

26.09.2015

ore 15

26.09.2015

ore 19.30

26.09.2015

ore 21.30

27.09.2015

ore 12

27.09.2015

ore 14

27.09.2015

ore 16.30

Regista : Mat Whitecross

Soggetto: Chris Coghill

Interpreti: Elliott Tittensor, Nico Mirallegro, Jordan Murphy, Adam Long, Oliver Heald, Emilia Clarke

Genere:  Drammatico, Musicale

Anno:  2012

 

Manchester, 1990. Ian Brown, John Squire, Gary "Mani" Mounfield e Alan "Reni" Wren per molti italiani sono nomi che non dicono niente, ma che in Inghilterra, soprattutto nel Nord, simboleggiano una leggenda, una favola, una storia di rivalsa e ambizione territoriale in musica. 


The Stone Roses, questo il nome della band, debuttano con il loro primo album omonimo nel 1989, registrando probabilmente il più grande successo di un album d'esordio dai tempi dei Beatles. Sono gli ultimi esponenti della scena "Madchester" che aveva visto dagli anni '80 cambiare il volto della grigia città industriale in una delle scene culturali e musicali più interessanti d'Europa. NME definisce addirittura il loro album "il più bello di sempre".
 

Non sono solo delle semplici popstar: soprattutto nella loro città d'origine, rappresentano per adolescenti, giovani e adulti delle vere e proprie guide spirituali. Vengono imitati nel modo di vestire, nel modo di parlare, nel modo di muoversi, nelle pettinature. Cantano "I wanna be adored", "I am the resurrection" e affermano senza remore nè paure di essere la migliore band del mondo. 

 

Tra questa folla di ammiratori ci sono anche cinque sedicenni: Tits, Dodge, Zippy, Little Gaz e Penfold. Oltre che amici sono anche una band, gli Shadow Caster, abitano nel popolare quartiere di Redbricks e vogliono emulare in tutto e per tutto i Roses. Uscire dal proprio quartiere degradato e diventare delle vere e proprie star, diventare protagonisti del proprio futuro. 

 

"Spike Island" è la loro storia, il loro romanzo di formazione e il racconto dei due giorni che hanno preceduto il leggendario concerto degli Stone Roses a Spike Island appunto, nel Cheshire, il 27 Maggio 1990. Quel concerto che cambierà le loro vite, così come quelle di molti altri, e che sarà l'ultimo grande canto degli Stone Roses prima della loro scissione e poi della reunion avvenuta nel 2011.
 

Dopo il primo album infatti ci vorranno cinque anni prima dell'uscita del secondo per problemi legali con i produttori. "Second Coming" non avrà il successo del primo, l'interesse verso di loro si era calmato negli anni e la scena inglese era già stata catalizzata dal brit-pop e dai vari Oasis, Pulp e Blur. Così il sogno Stone Roses si spegne presto, insieme al loro tramonta anche quello di un'intera generazione di "Northern Monkeys" e del loro desiderio di affermazione e legittimazione in un'Inghilterra che nonostante tutto è fortemente Londracentrica.
 

Pochi gruppi possono vantare un'influenza così grande sulla scena musicale e culturale con una carriera così corta. Dopo "24 Hours Party People" e "Control" finisce il nostro percorso di approfondimento della scena e della città di Manchester, con un film che è una vera e propria ventata di romanticismo, speranza e giovinezza accarezzata dalle note della discografia degli Stone Roses. "Spike Island" è la fotografia di un'epoca,la fotografia di una grande storia d'amore. 
 

Quello per gli Stone Roses è stato un'amore fortemente passionale, finito presto per poi tornare per qualche ultimo atto qualche anno fa, un ulteriore sogno da vivere per quella generazione di fans in adorazione. Dopo 15 anni tornano sul palco a casa loro a Heaton Park, tutto immutato, come a Spike Island, stessa folla oceanica, stessa magneticità, stesso carisma e stesso amore incondizionato da parte dei fan. Dopotutto come canta Ian, "I am the Resurrection and I am the life". E probabile che in quel concerto ci fossero anche degli altri Tits, Dodge, Zippy, Little Gaz e Penfold, 25 anni più vecchi, ma pronti a sognare nello stesso modo.

 

Perché al BIFF? ..  Con Spike Island chiudiamo questo miniciclo su Manchester e la sua scena e lo facciamo con un film praticamente sconosciuto in Italia e che rende onore ad una delle band più interessanti e carismatiche dell'età moderna.

 

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Spike Island

27.09.2015

ore 19

 

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